RAPPORTO MAFIA IN LIGURIA 2015/1
















PER UNA LIGURIA SENZA MAFIA
ANALISI 1/2015
A cura di Salvatore Calleri

FONDAZIONE CAPONNETTO
LA LIGURIA NON E' TERRA DI MAFIA MA LA MAFIA C'E' E RISCHIA DI COLONIZZARE LA REGIONE E SI PRESUME CHE IL SUO FATTURATO OSCILLI
TRA 10 E 11 MILIARDI DI EURO


INDICE

PRESENTAZIONE

PROLOGO

LUOGHI COMUNI

FOCUS SU APPALTI
'NDRANGHETA COSA NOSTRA CRIMINALITA' MAFIOSA CAMPANA SACRA CORONA UNITA CRIMINALITA' ORGANIZZATA STRANIERA Criminalità nordafricana Criminalità nigeriana Criminalità cinese Criminalità centroamericana/sudamericana Criminalità albanese Criminalità senegalese Mafia Russa
Criminalità Rumena
Mafia Serba
RAPPORTI TRA LE VARIE MAFIERAPPORTI TRA MAFIE E MONDO DELLA POLITICANALISI TERRITORIALE PER PROVINCIA
PROVINCIA D'IMPERIA
Imperia Ventimiglia Bordighera San Remo Diano Marina Riva Ligure
Vallecrosia
PROVINCIA DI SAVONA Savona Albenga Vado Ligure
PROVINCIA DI GENOVA Genova Tigullio
PROVINCIA DI LA SPEZIA La Spezia Sarzana
CONCLUSIONI




PRESENTAZIONE DELLA COLLANA DEI RAPPORTI DI PIERO GRASSO
(inviata per il rapporto sulla Toscana presentato il 19 luglio 2013)

Anche quest’anno, il Rapporto “Per una Toscana senza mafia”, curato dalla Fondazione Antonino Caponnetto, offre un’analisi accurata e puntuale sulla penetrazione della criminalità organizzata in una Regione, come la Toscana, famosa in Italia e nel mondo soprattutto per le sue bellezze paesaggistiche ed artistiche, per la sua cultura e storia secolari, per la sua capacità imprenditoriale. Eppure, lo stesso territorio toscano, da sempre considerato impermeabile alle infiltrazioni mafiose, non manca di presentare elementi di rischio. È questo il campanello d’allarme che, come già nelle precedenti edizioni, il Rapporto invita a non sottovalutare. Non possiamo mai considerarci al sicuro di fronte al fenomeno mafioso, neanche in quelle realtà, come la Regione Toscana, dove la mafia trova condizioni meno favorevoli. Penso alla mancanza di consenso sociale verso la criminalità organizzata, al radicamento nella collettività locale di un senso di appartenenza allo Stato e alle istituzioni pubbliche, alla presenza di una sana e capillare economia di mercato. Nonostante questi importanti fattori di garanzia, non possiamo “abbassare la guardia” nè cadere nei tanti luoghi comuni che, in Toscana come altrove, circondano il fenomeno mafioso. Per questa sua funzione pedagogica, oltre che per il suo contenuto informativo e per i preziosi spunti di riflessione e di intervento, il Rapporto 2013 rappresenta uno strumento fondamentale della nostra battaglia comune verso la legalità. Ho speso 43 anni della mia vita professionale al servizio della magistratura e della giustizia. Quando ho scelto di lasciare questa attività per dedicarmi alla politica, l’ho fatto pensando che, come esperto del settore, avrei potuto continuare ad occuparmi di giustizia da un’altra prospettiva. Oggi, come Presidente del Senato, sono chiamato a un ruolo di garanzia che mi impedisce di entrare nel vivo del procedimento di formazione della legge e persino di votare le leggi. Ma non per questo ho rinunciato alla lotta per la legalità e la giustizia. È questo un obiettivo al quale tutti dobbiamo contribuire, con un rinnovato impulso etico e una ancora maggiore conoscenza tecnica del fenomeno.
Sono certo che questo Rapporto, straordinariamente innovativo nella sua capacità di analizzare le infiltrazioni mafiose, sarebbe piaciuto ad Antonino Caponnetto, eroe simbolo di questa lotta. Nonno Nino, come lo chiamavano tutti, era per me un padre, da quando - lui Consigliere Istruttore a capo del Pool antimafia, io fresco di nomina quale a giudice a latere nel maxi processo di Palermo - mi dette un buffetto sulla guancia, che somigliava ad una carezza, per darmi la forza di andare avanti e per invitarmi a seguire solo la voce della mia coscienza.
Il suo coraggio, la sua forza, la sua capacità di creare armonia e affiatamento nel lavoro sono ora la linfa vitale della Fondazione che porta il suo nome, impegnata in prima linea contro la criminalità organizzata, in particolare attraverso la costante opera di formazione e sensibilizzazione rivolta ai giovani, i futuri cittadini del nostro Paese. Senza l’impegno della Fondazione Antonino Caponnetto e di tutte le altre realtà associative che ogni giorno lottano per la legalità saremmo oggi sicuramente più indifesi nel contrasto alle mafie.
Alla Fondazione, a Nonna Betta, all’Autore Renato Scalia ed alla Regione Toscana va dunque il mio sentito ringraziamento per questo primo volume della collana, al quale spero seguiranno presto i prossimi, dedicati all’Emilia Romagna, alla Liguria e all’Umbria.

Piero Grasso

Presidente del Senato

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PROLOGO

Il rapporto sulla Liguria è il 2 elemento della collana di cui alla presentazione.
La Liguria non è originariamente una terra che ha dato vita a forme mafiose autoctone di una certa rilevanza e per questo motivo parlare di tale argomento su un territorio considerato “un'isola felice” non è mai stato facile. La banda dei genovesi attiva negli anni '70 non è mai stata in grado di trasformarsi in forma mafiosa. Un campanello d'allarme comunque in Liguria c'è sempre stato: la presenza del clan dei marsigliesi... Ma provenivano dalla Francia. I marsigliesi erano comunque in affari con gli italiani, come tra l'altro lo sono i loro eredi oggi.
Altro campanello d'allarme da non sottovalutare riguarda l'emanazione della prima sentenza che ha dimostrato l'esistenza di cosa nostra in Liguria e che risale a 25 anni fa. La presenza al confino di mafiosi sin dagli anni '50 tra l'altro ha contribuito all'esportazione di tale fenomeno. Negli anni novanta da altre sentenze fu colpito il mercato delle slot machines in mano sempre ai clan siciliani.
I rapporti della DIA sin da quando sono stati redatti si sono occupati delle infiltrazioni mafiose in Liguria. I rapporti della DNA curati ultimamente dalla Dott.ssa Canepa giovane memoria storica dell'antimafia stimata dal giudice Caponnetto per il suo impegno confermano le presenze mafiose anche per l'anno in corso.
La Liguria, per la posizione geografica di confine con la Francia e per i numerosi porti presenti, quali Genova, Savona, Vado Ligure e La Spezia, rappresenta una manna per le organizzazioni criminali mafiose che infatti sono ben rappresentate.
Nei vari rapporti la Liguria è spesso considerata come uno snodo del narcotraffico internazionale. Non bisogna inoltre dimenticare che a Sanremo c'è il casinò e solitamente queste strutture sono considerate appetibili dalle varie mafie.
Nel gennaio 2015 la commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ha messo sotto la lente d'ingrandimento la Liguria.
L'analisi che seguirà terrà conto anche dei cosiddetti reati spia tipo la corruzione e la frode che aiutano in modo diretto e/o indiretto le forme criminali organizzate.

LUOGHI COMUNI

La mafia ed i luoghi comuni. Vediamo quali sono.1) la mafia non esiste. Oramai è stato appurato il contrario. Ma fino al maxiprocesso del 1986 di Caponnetto era il più diffuso.2) la mafia se esiste è puramente un fenomeno criminale. Persiste ancora e favorisce la sottovalutazione del problema. Se fosse un puro e semplice fenomeno criminale sarebbe stata già debellata da tempo.
3) si ammazzano tra di loro a noi non interessa. Errato. Quando c'è una guerra di mafia chi rimane vivo rafforza il proprio gruppo ed aumentano i problemi.
4) di mafia non bisogna parlarne perché si rovina la reputazione di un territorio. Errore gravissimo che tuttora persiste in quasi tutto il nord ed in parte del centro e del sud. Non parlare della mafia significa aiutare la sua espansione.5) teoria dell'isola felice. Non esistono luoghi nel nostro paese ed in Europa ove la mafia in qualche sua forma non sia presente. Questo errore di valutazione ad oggi persiste specialmente nel centro nord.
6) la mafia nasce dalla povertà. Al contrario la mafia nasce nei territori potenzialmente ricchi e li rende poveri. In Sicilia Cosa Nostra ha iniziato nella conca d'oro con il traffico di limoni.
7) teoria della totale sconfitta dopo gli ultimi arresti. Errore strategico già commesso nel 1996. Mai vendere prima della sua morte la pelle dell'orso.
8) la mafia una volta era buona. Falso non lo è mai stata. 9) di mafia straniera non bisogna parlarne perché si rischia il razzismo. Errore grave perchè parlarne significa aiutare gli stranieri onesti.
10) non si fanno passi avanti. Falso. In Italia ne sono stati fatti molti. Non bastano però in quanto bisogna agire sul piano internazionale. In Europa sono messi peggio.
11) ci prendiamo solo i soldi del riciclo dei mafiosi. Tanto i mafiosi non arrivano. Falso. I mafiosi dopo arrivano.
12) la mafia è invincibile. Non è vero. I danni che ha subito sono notevoli.
13) la mafia dà lavoro. Falso. Se fosse vero Reggio Calabria, Palermo e Napoli non avrebbero disoccupati, anche se in determinate situazioni l'unico lavoro possibile è quello offerto dai mafiosi dopo la distruzione del territorio.

La mafia è un virus. Un virus mutante. Superare i luoghi comuni è come un vaccino e rappresenta un primo passo per sconfiggerla.
FOCUS NAZIONALE SU INFILTRAZIONI MAFIOSE NEGLI APPALTI PUBBLICI

Le organizzazioni mafiose, come oramai le cronache quotidiane ci raccontano, hanno esteso i loro tentacoli su tutto il territorio nazionale e oltre.
Le mafie diventano una minaccia per la libera economia quando riescono a trasformare i loro guadagni criminali in soldi puliti. Il problema che si pone oggi è riuscire a contrastare le preoccupanti acquisizioni immobiliari e di esercizi pubblici, nonché le frequenti sofisticazioni delle gare d’appalto a causa delle organizzazioni criminali che tendono a propagarsi nella economia legale.

Le infiltrazioni mafiose presenti negli appalti pubblici, ormai sono un dato di fatto. La presenza di numerose stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, rende difficile e qualche volta quasi impossibile, un controllo efficace anche da parte delle stesse Forze di polizia. E’ evidente che le normative che regolano gli appalti pubblici hanno delle lacune macroscopiche.

Le organizzazioni mafiose da molti anni hanno deciso di puntare su attività legali per riciclare gli enormi capitali guadagnati illecitamente. Oltretutto, utilizzando materiali scadenti o depotenziati, la “mafia s.p.a.” continua a mantenere assicurato il lavoro di manutenzione delle opere costruite. Alla luce di questi fatti si può ben comprendere perché l’Italia è un Paese a rischio disastri.

Molti ancora non comprendono che le mafie diventano anche un’insidia per la libera economia quando riescono a convertire i loro guadagni criminali in soldi puliti.

Un’altra anomalia tutta italiana è il numero di società iscritte nel registro imprese, 6 milioni, una ogni 10 abitanti.

E’ poi noto a tutti il problema del “massimo ribasso”. Da anni si parla dei danni che produce questo sistema, ma nessuno fa nulla per cambiare.

A tal proposito, occorre tener presente che l’impresa “mafia spa” riesce ad accaparrarsi molti degli appalti, su tutto il territorio nazionale, proprio con il sistema del massimo ribasso, presentando offerte inavvicinabili per le altre imprese. In questo modo, crea un sistema welfare (assunzione di lavoratori provenienti dalle terre di origine), un consenso nelle regioni di provenienza e un controllo del territorio nelle altre. Molti amministratori sono convinti che in questo modo si facciano risparmiare i cittadini, dimenticandosi però altre questioni importanti.

Oltre a sottolineare che così facendo si rafforzano le associazioni mafiose, occorre ribadire con forza che:
Gli imprenditori onesti non potranno mai fare ribassi eccessivi, quindi, molti di questi saranno costretti a chiudere;
Nei cantieri dove lavorano le “imprese infiltrate” non sono mai rispettate le norme della sicurezza nei luoghi di lavoro;
Nella maggior parte dei casi, come è stato detto, sono utilizzati materiali scadenti e quindi le costruzioni sono a rischio crollo;
La criminalità organizzata crea consenso sociale e controlla il territorio;
La presenza abnorme di imprese, un numero elevatissimo di stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, rende difficile e qualche volta quasi impossibile, un controllo efficace negli appalti pubblici da parte delle Forze di polizia.

E’ necessario tener presente anche che, come solitamente avviene nel nostro Paese, si corre ai ripari troppo tardi. Come abbiamo visto le mafie hanno messo il loro “zampino” in questi affari da molti anni.

Vediamo il quadro normativo vigente.

Un primo passo contro le infiltrazioni mafiose viene fatto con l’introduzione del sistema delle informative antimafia, mediante la legge delega n. 47/1994. Con questa norma le Prefetture hanno iniziato ad acquisire le informazioni particolari volte all’accertamento dei tentativi di infiltrazione mafiosa negli organismi societari. La legge delega è stata attuata con il D.lgs n. 490/1994, il quale nell’art. 4, ha introdotto il sistema dell’informativa oggi disciplinato anche dall’art. 10 del D.P.R. n. 252/1998 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia).

L’informativa, che può essere tipica o atipica, quindi è il provvedimento che emette il Prefetto nei confronti della società infiltrata.

L’ informativa tipica può caratterizzarsi in:

- informazioni che sono di per sé interdittive e sono indicate nelle lett. a) e b) del comma 7 art. 10 ed ha natura meramente ricognitiva di provvedimenti giudiziari di applicazioni di misure cautelari o di sottoposizione a giudizio o di adozione di sentenze di condanna per alcuni reati (esempio reato di estorsione, riciclaggio, etc.) o di applicazione di misure interdittive. La natura ricognitiva di tale informativa prefettizia si evince con estrema chiarezza dalla presenza di provvedimenti in generale giudiziari, dei quali il Prefetto si limita a dare notizia alla stazione appaltante richiedente;

- informativa prefettizia contemplata dalla lett. c) del medesimo comma 7 art. 10, e si fonda su accertamenti autonomi del Prefetto, sulla base di attività di indagine effettuata dagli organi inquirenti, al fine di evincere l’esistenza di elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle imprese.

L’informativa atipica  può essere emessa ai sensi  dell’art. 1- septies, d.l. n. 629/1982, conv. in l. n. 726/1982  (l’art. 10 comma 9 Dpr n. 252 è stato abolito dell’entrata in vigore  dell’articolo 9 del D.lgs n. 218/2012, c.d. Codice Antimafia). La norma consente alle prefetture, quali autorità preposte all’ordine pubblico, di comunicare alle autorità competenti al rilascio di licenze, autorizzazioni, concessioni in materia di armi ed esplosivi e per lo svolgimento di attività economiche, nonché di titoli abilitativi alla conduzione di mezzi ed al trasporto di persone o cose, gli elementi di fatto e le altre indicazioni utili alla valutazione dei requisiti soggettivi richiesti per il rilascio, il rinnovo, la sospensione e revoca delle licenze, autorizzazioni o concessioni, laddove si dovessero riscontrare indizi non così gravi, precisi e concordanti da far maturare il convincimento circa la reale sussistenza del “pericolo di infiltrazione mafiosa”, quindi la loro valutazione viene rimessa all’amministrazione richiedente per l’eventuale adozione di provvedimenti ostativi o risolutori al sorgere o alla prosecuzione di rapporti con l’impresa sospetta.

I primi frutti della norma sulle informative antimafia sono arrivati, però, dopo molti anni, forse troppi. Solo negli ultimi tempi, infatti, alcuni Prefetti hanno iniziato ad emettere provvedimenti interdittivi nei confronti di società infiltrate. Occorre tener presente che, in molti casi, si lavora con il sistema del “doppio binario”, la parte amministrativa, quella prefettizia e quella giudiziaria dalla quale possono scaturire – i tempi sono molto più lunghi – sequestri e confische della società infiltrata dalla mafia.

Con la Legge nr.443 del 21.12.2001, sono stati stabiliti gli obiettivi in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive. Con il successivo Decreto Legislativo nr.190 del 20.08.02, sono individuate 21 grandi opere di interesse strategico nazionale (valichi e assi ferroviari, assi viari e autostradali, sistema integrato trasporto, sistema Mo.Se. Laguna di Venezia, Nuova Romea, ponte sullo Stretto di Messina, interventi per l’emergenza idrica nel Mezzogiorno) e stabilite misure normative atte a favorirne e accelerarne la realizzazione. Lo Stato si rende conto che queste “grandi opere pubbliche” possono essere un fattore di attrazione per gli interessi delle organizzazioni criminali. Per questo motivo viene per la prima volta creato un sistema di contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nei pubblici appalti.

Siamo arrivati nel 2003 e, nel frattempo gli interessi delle mafie nelle opere pubbliche hanno raggiunto livelli incredibili.

Con il decreto interministeriale del 14 marzo 2003 tra il Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro della Giustizia e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, viene stabilito che le “grandi opere” dovranno essere monitorate mediante l’istituzione del Comitato di Coordinamento per l’Alta Sorveglianza delle Grandi Opere e definisce il ruolo della Direzione Investigativa Antimafia, dei Gruppi Interforze e del Servizio per l’Alta Sorveglianza delle Grandi Opere.

Riteniamo opportuno sottolineare che all’epoca il Ministro dell’Interno era Giuseppe Pisanu, persona sicuramente sensibile a queste tematiche, e a capo della Direzione Nazionale Antimafia c’era Piero Luigi Vigna.

Con la successiva circolare attuativa del 18 novembre 2003 del Capo della Polizia, viene istituito presso la D.I.A. l’Osservatorio centrale sugli appalti con il compito mantenere un costante collegamento con i Gruppi interforze; di acquisire informazioni suscettibili di generare specifiche attività informative ed investigative; di proporre accessi ispettivi nei cantieri e di inviare ai Prefetti le risultanze relative, ai fini dell’adozione dei provvedimenti di competenza.

Passano ancora degli anni e i risultati di contrasto alle mafie in questo settore sono ancora scarsi.

Con la legge n. 94 del 15 luglio 2009 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica) viene fatto un altro piccolo passo in avanti. Viene esteso l’ambito di applicazione degli accessi ispettivi a tutte le opere pubbliche e stabilita l’esclusione dagli appalti pubblici per gli imprenditori che non denuncino le estorsioni.

Con la direttiva del Ministro dell’Interno del 23 giugno 2010, i Prefetti si potranno avvalere dei Gruppi interforze per il monitoraggio delle cave ed effettuare controlli antimafia preventivi nelle attività a rischio di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali.

Con la Legge n. 136 del 13 agosto 2010, piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia, viene introdotto lo strumento della tracciabilità dei flussi finanziari. I pilastri fondamentali dell’art. 3 della legge n. 136/2010 sono: l’utilizzo di conti correnti dedicati per l’incasso e i pagamenti di movimentazioni finanziarie derivanti da contratto di appalto; il divieto di utilizzo del contante per incassi e pagamenti di cui al punto a) e di movimentazioni in contante sui conti dedicati; l’obbligo di utilizzo di strumenti tracciabili per i pagamenti.

Con il Decreto Legislativo n. 159 del 6 settembre 2011, è stato adottato il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli artt. 1 e 2 della legge 13 agosto 2010 n. 136.

Il 13 febbraio 2013 è entrato in vigore il nuovo Codice antimafia, come previsto dal decreto legislativo n. 218/2012 che ha introdotto delle modifiche e integrazioni al D.lgs n. 159/2011 (Codice delle Leggi Antimafia). Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 290 del 13 dicembre 2012, il Dlgs n. 218/2012, si compone due parti: la prima – Capo I – contente disposizioni correttive in materia di amministrazione dei beni sequestrati e confiscati e di rilascio della documentazione antimafia; la seconda parte – Capo II – recante disposizioni transitorie e di coordinamento. L’anticipo al 13 febbraio 2013 riguarda solamente l’entrata in vigore delle disposizioni in materia di documentazione antimafia di cui al Libro II del Codice Antimafia. L’art. 119, comma 1 del Codice Antimafia prevede l’applicabilità delle relative disposizioni, decorsi 24 mesi dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Regolamento, ovvero, quando più di uno dall’ultimo dei regolamenti riguardanti la modalità di funzionamento della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia, istituita presso il Ministero dell’Interno che pertanto non è ancora attiva, restando collegata all’entrata in vigore definitiva del Codice.

Il decreto legislativo 15 novembre 2012, n.218 recante “Disposizioni integrative e correttive al Codice Antimafia”, ha previsto l’entrata in vigore delle disposizioni del Libro II, relativo alla documentazione antimafia due mesi dopo l’avvenuta pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale e, quindi, in maniera del tutto autonoma rispetto all’effettiva attivazione della Banca dati.

Tra le novità più rilevanti, si riscontra l’ampliamento della categoria dei soggetti obbligati a richiedere la certificazione antimafia allo scopo di prevenire le infiltrazioni o i condizionamenti mafiosi nei confronti delle imprese. Vi faranno, infatti, parte tutti gli organismi di diritto pubblico, comprese le aziende vigilate dallo Stato, le società controllate da Stato o altre ente pubblico, il contraente generale e le società in house providing (società multiservizi). Gli accertamenti sulle infiltrazioni mafiose, non solo per l’informazione ma anche per la comunicazione antimafia, si estendono a tutti i familiari conviventi dell’imprenditore.

Il nuovo Codice prevede l’estensione a ulteriori fattispecie di reato-omessa denuncia di usura ed estorsione, subappalti non autorizzati, traffico illecito di rifiuti, turbata libertà degli incanti. Si allungano anche i tempi per il termine di efficacia dell’informativa antimafia, che passano da 6 mesi ad un anno.

In base alle nuove norme, il certificato antimafia è rilasciato esclusivamente dalla Prefettura (non potranno più farlo le Camere di Commercio) e solo nel caso di rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni. E’ divenuto obbligo degli Enti Pubblici/Stazioni Appaltanti acquisire d’ufficio, tramite le Prefetture competenti per territorio, la documentazione antimafia nelle forme della comunicazione o dell’informazione. I privati non possono più ottenere, come in precedenza, il “nulla osta antimafia”, presso le Camere di Commercio e pertanto non dovranno più richiederlo nemmeno alla Prefettura. Solo nelle ipotesi di “comunicazione”, i privati possono autocertificare all’Ente Pubblico/Stazione Appaltante (ai sensi dell’art. 89 del D.Lgs. 159/2011) di non essere nelle condizioni di decadenza, sospensione o divieto che impediscono di contrarre con la Pubblica Amministrazione.

Dopo aver parlato rapidamente delle leggi vigenti, passiamo alla fase operativa, tralasciando quella burocratica. Vediamo cosa succede, in concreto con l’esempio seguente.

Il Centro Operativo DIA di Firenze, competente per il territorio della Toscana, effettua un’attività di monitoraggio delle imprese affidatarie di lavori pubblici in una determinata Provincia. Individuata l’impresa su cui sono stati rilevati elementi sufficienti per poter ipotizzare l’influenza da parte della criminalità organizzata, viene prodotto un documento con il quale, citando le ragioni, si propone al Prefetto della provincia interessata, un accesso ispettivo ai cantieri ove la società attenzionata lavora. La predetta Autorità, valutata la richiesta e dopo opportuni approfondimenti forniti dalle Forze di Polizia territoriali, convoca il Gruppo Interforze.

Piccola parentesi. Come abbiamo detto in precedenza, i Gruppi Interforze sono stati istituiti presso le Prefetture – Uffici territoriali del Governo – con decreto interministeriale 14 marzo 2003. Sono coordinati da un funzionario della Prefettura e sono così composti: da un funzionario della Polizia di Stato, un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, un ufficiale della Guardia di Finanza, un funzionario/ufficiale delle articolazioni periferiche della Direzione Investigativa Antimafia, un rappresentante del Provveditorato alle Opere Pubbliche, un rappresentante dell’Ispettorato del Lavoro.

Torniamo alla fase operativa. Il Gruppo Interforze decide che sussistono i motivi per effettuare l’accesso ispettivo al cantiere e il Prefetto emette un provvedimento. Il cantiere individuato (ad esempio: realizzazione di una tangenziale), privilegiando il fattore sorpresa, viene presidiato da personale della Dia, delle Forze di polizia territoriali, dell’Ispettorato del lavoro e dell’Asl.

Durante questa fase si procede alla rilevazione dei dati di tutte imprese (subappaltatrici, forniture servizi e manufatti); si acquisiscono le generalità delle maestranze e di tutti i presenti nel cantiere; si procede all’identificazione mezzi, per individuare i proprietari e/o gestori degli stessi (noli a caldo o a freddo); si verifica il rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e di quelle attinenti alla disciplina previdenziale; la Guardia di Finanza si occupa della tracciabilità dei flussi finanziari; si ricerca ogni notizia ritenuta utile all’individuazione di collegamenti con la criminalità organizzata.

Dopo l‘accesso ispettivo eseguito nel cantiere, la Dia e le altre Forze di Polizia, entro trenta giorni, redigono una relazione con tutti i dati raccolti e gli accertamenti svolti, menzionando tutte le criticità riscontrate.

Dopo aver acquisito tutti i riscontri del caso, il Prefetto della Provincia ove le ditte hanno sede, entro 15 giorni dalla ricezione della relazione, quando si riscontrano oggettivi elementi per ritenere sussistente il pericolo di infiltrazioni mafiose tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi dell’attività delle imprese, emette l’interdittiva antimafia.

Il sistema, nel complesso è macchinoso, poco efficace e non è eseguito in maniera capillare. Non vi è dubbio, quindi, che l’impianto che regola gli appalti pubblici di lavori, servizi e forniture, necessità di essere riformato. E’ assolutamente necessario puntare sulla trasparenza nelle procedure e sul potenziamento dei controlli e delle verifiche. Nel frattempo, è imprescindibile che tutti profondano il massimo impegno per agevolare il lavoro delle Forze di polizia e della magistratura.

E’ un dato di fatto inconfutabile che un nuovo impulso al sistema di monitoraggio lo hanno dato le innovazioni dei cosiddetti “pacchetti sicurezza” del 2009 e del 2010 e gli indirizzi emanati a tutte le Prefetture dall’ex Ministro dell’Interno, Roberto Maroni.

La possibilità di estendere i controlli a tutti gli appalti pubblici (l’opera di monitoraggio della DIA e gli accessi ai cantieri proposti ai Gruppi Interforze e disposti dai Prefetti potevano essere fatti per le grandi opere), alle cave e torbiere, l’imput di creare una Banca Dati dove inserire tutte le società colpite da provvedimenti interdittivi antimafia, la tracciabilità dei flussi finanziari, sono un piccolo passo avanti per contrastare le infiltrazioni in questo settore.

Esistono anche altri strumenti in grado di poter, in qualche modo, frenare l’ascesa delle mafie.

I protocolli di legalità, costituiscono oggi utili dispositivi pattizi per ostacolare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nelle attività economiche, anche nei territori dove queste manifestazioni non sono particolarmente radicate.

Il 21 novembre 2000, il Ministro dell’Interno Enzo Bianco sottoscrisse un protocollo d’intesa con l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici per favorire, tramite le Prefetture, la promozione e la tutela della legalità e trasparenza anche nel settore degli appalti attraverso appositi “Protocolli di Legalità” fra Prefetture e Amministrazioni Pubbliche e/o oggetti privati interessati.

I protocolli sono disposizioni volontarie tra i soggetti coinvolti nella gestione dell’opera pubblica (normalmente la Prefettura, il Contraente Generale, la Stazione appaltante e gli operatori della filiera dell’opera pubblica), che rafforzano i vincoli previsti dalla norme della legislazione antimafia, anche con riferimento ai subcontratti, non previste della normativa vigente. In alcuni casi i protocolli prevedono anche la rinuncia al ricorso al Tribunale amministrativo regionale in caso di esclusione dall’appalto. Il protocollo può essere applicato dopo il nulla osta rilasciato dal Ministero dell’Interno.

Un altro strumento a disposizione è la S.U.A., la Stazione Unica Appaltante.

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 30.06.2011, concernente la definizione delle modalità per l’istituzione a livello regionale di Stazioni Uniche Appaltanti (SUA), in attuazione dell’art. 13, della L. 136/2010 inerente il Piano straordinario contro le mafie, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 200 del 29.08.2011. La Stazione Unica Appaltante ha le caratteristiche della centrale di committenza di cui all’art. 3, comma 34, del D. L.vo 163/2006 (codice dei contratti pubblici) e cura, per conto degli enti aderenti, l’aggiudicazione di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ai sensi dell’art. 33, dello stesso decreto legislativo, svolgendo tale attività a livello regionale, provinciale o ultraprovinciale. Di conseguenza possono aderire alla SUA le Amministrazioni dello Stato, le Regioni, gli enti pubblici territoriali, altri enti pubblici non economici, gli organismi di diritto pubblico ed altri soggetti che operano in virtù di diritti speciali o esclusivi. I compiti della SUA sono numerosi. Collabora con l’ente aderente per l’individuazione dei contenuti dello schema di contratto e per la procedura di gara per la scelta del contraente privato; si occupa della redazione dei capitolati; contribuisce alla definizione del criterio di aggiudicazione; definisce i criteri di valutazione delle offerte, in caso di criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; redige gli atti di gara, incluso il bando, il disciplinare e la lettera di invito; cura gli adempimenti relativi allo svolgimento della procedura di gara in tutte le sue fasi; nomina la commissione giudicatrice, nel caso di criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; cura gli eventuali contenziosi; collabora con l’ente aderente ai fini della stipulazione del contratto.

Le SUA costituite in Italia sono 13,  tra queste le Regioni Liguria e Marche, le provincie di Bologna, Genova, Crotone, Reggio Calabria, Salerno, Caserta. Queste realizzate hanno permesso di accorpare ben 477 stazioni appaltanti.

Per contrastare gli effetti dell’infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici è sicuramente necessario fare di più. In primo luogo abolire il sistema del massimo ribasso e magari sostituirlo definitivamente, anche se non è semplice, con l’offerta economicamente più vantaggiosa.

D’altra parte, sulla base di una valutazione obiettiva dell’importo previsto per la realizzazione di un’opera, appare difficile comprendere come una ditta possa eseguire i lavori della stessa, aggiudicati con ribassi che vanno oltre il 40%, senza rimetterci. Come quasi sempre avviene, in seguito, i costi dell’opera lieviteranno. Durante l’esecuzione dei lavori compariranno, inevitabilmente, problematiche esecutive che determineranno la necessità – ai fini di una corretta esecuzione – di ulteriori interventi in corso d’opera, con il conseguente aumento dei costi che erano stati preventivati.

Una concreta ed effettiva trasparenza nell’assegnazione e gestione degli appalti, pubblici e privati, è la base indispensabile per un controllo efficace di questi aspetti, ad oggi presi come situazioni di fatto e valutati in modo asettico ai fini dell’assegnazione dei lavori ai vincitori delle gare.

Occorrerà poi sicuramente rinforzare gli organici delle D.I.A., l’Ufficio che ha il compito di monitorare le imprese impegnate nei lavori pubblici. Sicuramente anche le cosiddette “white list”, cioè le liste delle imprese virtuose nelle attività più esposte al rischio di infiltrazione (trasporto, forniture di calcestruzzo, noleggio), introdotte dalla Legge anticorruzione n. 190 del  06.11.2012, consentiranno di poter più celermente superare i tempi dell’accertamento informativo per la documentazione antimafia e arricchire tutto il sistema. La stessa Legge introduce altre novità interessanti come:

- Risoluzione del contratto – modifica art. 135 codice appalti. Nuove ipotesi di risoluzione del contratto. Sono sanzionate in questo modo le sentenze passate in giudicato per: associazione mafiosa, contrabbando, traffico di rifiuti, spaccio di stupefacenti, delitti con finalità di terrorismo, peculato, malversazione ai danni dello Stato, concussione;

- Trasparenza - Ogni Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di inserire i costi delle opere pubbliche;

- Incompatibilità – commissioni giudicatrici non ne potranno fare parte i condannati, con sentenza passata in giudicato, per delitti contro la PA come peculato, malversazione, corruzione, abuso d’ufficio o interruzione di pubblico servizio.

In questa ottica, deve necessariamente essere migliorato lo scambio di informazioni e dati tra i soggetti incaricati dei controlli, problema causato anche dalla mancanza di una banca dati contenente l’elenco delle società interdette. La questione sarà risolta con la realizzazione di una Banca Dati presso il Ministero dell’Interno, prevista dal nuovo Codice delle leggi antimafia. Passerà ancora qualche anno prima che questo strumento entri a regime e il ritardo accumulato rischia di favorire, inevitabilmente la criminalità organizzata. A tal proposito, non si comprende il motivo per il quale il legislatore non abbia già previsto l’utilizzo della Banca dati interforze (Sdi – Sistema d’indagine), collocata presso il predetto Ministero che poteva già essere implementata da queste informazioni. Il difetto di circolazione di informazioni, sino ad ora, ha lasciato ampi spazi alle società infiltrate dalla criminalità organizzata che sono riuscite a sfruttare queste lacune, continuando a lavorare indisturbate nei lavori pubblici.

Questo è quanto prevede la normativa e quello che concretamente avviene per contrastare le infiltrazioni mafiose in questo delicato settore.

Passiamo ora ad esaminare le varie tipologie mafiose presenti in Liguria.
'NDRANGHETA La 'ndrangheta al momento è la forma mafiosa di cui si parla di più. E' ben presente in tutto il territorio ligure ed utilizza la regione come testa di ponte per la Francia e per i porti ivi presenti. Attualmente risultano presenti locali a Genova, Ventimiglia, Lavagna, Sarzana e probabilmente anche a Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona, Taggia. Per la DNA esiste in Liguria una struttura intermedia denominata "camera di controllo".
Per la DIA “la Liguria si conferma essere il territorio di elezione di diverse forme di criminalità organizzate e, tra queste, assume particolare rilievo la presenza di sodalizi riconducibili alla 'ndrangheta”.
Le operazioni condotte contro la 'ndrangheta sono numerosissime ma quella che più di tutte ha dato un contributo fondamentale a capire gli insediamenti al nord è stata la c.d. “operazione crimine” del 13 luglio 2010 che ha permesso di scoprire la presenza organica della 'ndrangheta sul territorio ligure con gli effettivi organigrammi.
I ROS dei carabinieri quotidianamente contrastano la 'ndrangheta sul territorio ligure.
Dalla relazione della commissione antimafia del 2008 allora diretta da Francesco Forgione emerge la presenza di una camera di compensazione per le cosche liguri e piemontesi per la gestione degli affari ed il ruolo della locale di Ventimiglia per il coordinamento.
Il biennio 2010/2011 è stato un periodo molto intenso per la procura di Genova che ha potuto contrastare le cosche con le operazioni “maglio 2” e “maglio 3”.
Il rapporto 2013 della commissione parlamentare antimafia italiana ha tra l'altro dedicato spazio al fenomeno degli attentati incendiari ad opera della 'ndrangheta compiuti mediante un vero e proprio tariffario dai 700 ai 1000 euro e compiuti da manovalanza formata da criminali comuni.
Il rapporto 2013 della DNA conferma l'allineamento della 'ndrangheta ligure al c.d. Crimine di Polsi ossia trattasi di gruppi allineati alla casa madre.  Tale rapporto evidenzia tra l'altro che lo schema utilizzato dalla 'ndrangheta sul territorio ligure è quello della colonizzazione.
Nel mese di settembre 2013 sono arrivate delle minacce indirette riguardanti la c.d. 'ndrangheta segreta al giudice Arena.
COSA NOSTRA
La mafia siciliana è storicamente presente in Liguria.Il rapporto della DNA ritiene pacifico come dato giudiziario accertato la presenza, in particolare su Genova, ma non solo, di “decine”, diretta emanazione di “famiglie” di cosa nostra.
In particolare si registra un'attenzione per il riciclaggio, l'usura, lo sfruttamento della prostituzione, la distribuzione delle bevande, la gestione delle slot machines non solo abusive o clonate ma sempre più ufficiali con tanto di autorizzazione dei Monopoli di Stato. Risultano presenti in particolare i gruppi di Caltanissetta e Gela oltre al gruppo vicino ai Fidanzati. Dal rapporto di DNA emerge la presenza di "decine" di cosa nostra. Il rapporto della DIA conferma ciò con una maggiore penetrazione in Genova e provincia ma con l'intera regione considerata un terreno appetibile per le organizzazioni criminali per il rifugio ai latitanti ed il riciclaggio in attività lecite. Si segnala, inoltre, l'attenzione dei clan siciliani per la gestione ufficiale dei rifiuti.
I clan di cosa nostra mostrano anch'essi una notevole attenzione per gli investimenti in Francia e Costa Azzurra.
Ad una recente inaugurazione dell'anno giudiziario il Primo Presidente della Corte di Cassazione Ernesto Lupo, ha dichiarato che l'attività criminale di Cosa Nostra "si ramifica anche in Liguria”. I fatti gli stanno dando ragione con una maggiore presenza di gruppi siciliani attivi sul territorio senza vincolo di subordinazione alcuna nei confronti delle altre forme mafiose.
CRIMINALITA' MAFIOSA CAMPANA
I vari rapporti che si sono succeduti nel corso degli anni, sia della DIA sia della DNA, confermano la presenza in Liguria di soggetti operativi della criminalità mafiosa campana in grado di sviluppare autonome relazioni criminali.
La presenza della camorra è stata riscontrata a La Spezia, a San Remo e Ventimiglia. Le ramificazioni hanno privilegiato oltre allo spaccio ed al gioco d'azzardo la contraffazione.
Vi sono inoltre elementi di spicco di origine camorristica fuggiti in Francia e che da oltre confine gestiscono affari anche con i francesi.

SACRA CORONA UNITA
Iniziano ad essere presenti anche esponenti della criminalità mafiosa pugliese in Liguria, più precisamente nella zona di Savona in accordo con gruppi di albanesi dediti allo spaccio. L'espansione della scu non avviene per clan ma per singoli esponenti e lentamente si estende sul territorio regionale.

MAFIA CAPITALE

In Liguria si trovano anche gli interessi della c.d. nuova forma di criminalità organizzata definita oramai "mafia capitale".
Questa nuova tipologia criminale che mostra interesse per la Liguria deve far riflettere.

CRIMINALITA' ORGANIZZATA STRANIERA
In Liguria come del resto nel centro nord, vi sono numerose forme di criminalità straniera che si possono definire mafiose da un punto di vista pratico, per la loro attitudine, anche se magari non ci sono i requisiti per far scattare l'art. 416 bis. Pertanto si è soliti parlare di criminalità organizzata.Criminalità nordafricana

I criminali nordafricani sono presenti in modo spalmato su tutto il territorio regionale e si dedicano prevalentemente allo spaccio di droga al dettaglio. Vengono inoltre utilizzati dalle organizzazioni mafiose italiane per la gestione dei loro traffici. Dal rapporto DIA si evince comunque che è in atto una maggiore organizzazione con relativa verticizzazione criminale. In alcuni casi nel capoluogo esistono delle vere e proprie gang.
Criminalità nigeriana

La c.d. mafia nigeriana è presente soprattutto, ma non solo, nel capoluogo ed è dedita allo spaccio di droga ed allo sfruttamento della prostituzione. Nel corso degli ultimi anni sono state numerose le operazioni di polizia che hanno portato all'arresto di diversi nigeriani.
Criminalità cinese
Rispetto ad altre zone del centro Italia il fenomeno è limitato. Ciò non toglie che in futuro la situazione possa cambiare. Al momento l'unico fatto di rilievo criminale da annotare è l'utilizzo dei porti di Genova e La Spezia in asse con il porto di Livorno e Gioia Tauro. Emergono inoltre per la DNA anche "condotte anomale di acquisto e cessione di beni immobili ed esercizi commerciali di consistente valore economico che fanno intuire, in via ipotetica, attività di riciclaggio".
Nel febbraio 2014 una indagine della GDF sul mercato del falso ha toccato la Liguria.
Criminalità centroamericana/sudamericana
In Liguria esistono, soprattutto concentrate nel capoluogo Genova, le c.d. gang pandillas da non sottovalutare. L'AISI se ne è occupata inserendola fra i rischi a causa “della crescente aggressività delle diverse bande... Gli accordi degli anni passati, stipulati tra le gang di immigrati di prima generazione, potrebbero essere disattesi per il desiderio di affermazione delle emergenti generazioni, che mirano al controllo soprattutto degli ambienti giovanili in seno alle diaspore, con il rischio di tensioni suscettibili di violenze”.
Dal rapporto DNA: "un cenno a parte deve dedicarsi al fenomeno di particolare allarme sociale riconducibile allacriminalità ecuadoriana, con specifico riferimento alla conflittualità tra bande giovanili"... "Le tensioni interne alle bande giovanili di ecuadoriani sono espressione di una logica di casualità (spedizioni punitive per offese reciproche, questioni sorte fortuitamente tra componenti di gruppi avversi) piuttosto che indicativi di una forte componente organizzativa. I componenti dei gruppi stanziati in Italia sono frequentemente figli di immigrati sudamericani, nati in Italia o arrivati attraverso i ricongiungimenti familiari e quindi radicati sul territorio nazionale dalla propria infanzia: ragazzi cresciuti in un ambiente nuovo, che non sentono come loro, ma che tuttavia hanno perso lo stretto legame con il paese d’origine sfumando fortemente la originaria connotazione e tipicità delle bande costituite in quel territorio".
Criminalità albanese
Ci sono i primi segnali di un maggior peso criminale rispetto al passato. Vi sono stati diversi casi di reati contro il patrimonio e l'organizzazione di piccoli gruppi criminali sul modello della “banda” a volte mista con soggetti italiani e siciliani. Spesso collaborano con le mafie italiane, in particolare la pugliese. Viene anche segnalata la nascita di gang.Dall'ultimo rapporto della DNA si evince che i "gruppi criminali di albanesi pertanto hanno rafforzato la loro solidità e si rivelano particolarmente operativi nei traffici internazionali di sostanza stupefacente"
Criminalità senegalese
In Liguria è segnalata la presenza di gruppi organizzati in vero e proprio cartello della droga che proviene da Dakar. Utilizzano connazionali disperati che per mille euro fanno i trasportatori.
Mafia Russa

La Commissione parlamentare antimafia nella sua ultima relazione lancia l'allarme per i capitali russi ed ex sovietici con cui sono state acquistate strutture turistico alberghiere in Liguria.

Criminalità rumena

Dal rapporto DNA emerge che: "La criminalità di origine rumena è tra quelle che destano maggiore preoccupazione in relazione ai fenomeni delinquenziali che si registrano sul territorio. Sostanzialmente inalterati permangono i settori criminali di interesse ed in particolare i furti, la connessa attività di ricettazione e lo sfruttamento della prostituzione, compresa quella minorile. Particolarmente preoccupanti sono i frequenti episodi di degenerazione del premeditato reato di furto o di truffa ai danni di anziani. Si evidenza inoltre, il fenomeno della clonazione delle carte di credito e del relativo utilizzo fraudolento in danno dei principali circuiti bancari internazionali, fonte illecita di rilevanti proventi economici da impiegare in ulteriori attività delittuose".

Mafia Serba

La mafia serba ha inserito nelle proprie rotte i porti di Genova, La Spezia, Livorno e Venezia.

Criminalità di origine estremo orientale

Dal rapporto della DNA emerge il traffico dei rifiuti in partenza dalla Liguria.

RAPPORTI TRA LE VARIE MAFIE
La Liguria essendo una terra che non ha dato origine a forme mafiose è un luogo in cui convivono varie forme di criminalità mafiosa ed organizzata. La regola principale di convivenza è quella del non disturbarsi a vicenda. In molti casi, inoltre, scattano dei meccanismi collaborativi. Possono comunque sorgere anche forti tensioni all'interno soprattutto dei gruppi criminali organizzati ma meno forti dei mafiosi, o tra questi ed i gruppi organizzati che a volte alzano troppo la testa. Nel rapporto della DNA è segnalata anche una tensione fra i calabresi ed i siciliani nel momento successivo allo smantellamento di un settore gestito in modo esclusivo dai clan provenienti da Gela in difficoltà dopo alcuni arresti in cui la 'ndrangheta voleva entrare (usura e videopoker).
E' inoltre operativo un accordo tra i nuovi clan marsigliesi e la 'ndrangheta per gli affari in comune che transitano sui rispettivi territori.
RAPPORTI TRA MAFIE E MONDO DELLA POLITICA
Le ultime inchieste in Liguria hanno dimostrato che le principali forme mafiose italiane, in primis la 'ndrangheta, hanno stretto rapporti con una parte della classe politica, a prescindere dallo schieramento partitico in base alla utilità per la cosca. Quindi a differenza che in altre realtà del centro nord dove questo rapporto è limitato od assente, in Liguria purtroppo il connubio tra mafia e politica è presente in maniera rilevante.
ANALISI TERRITORIALE PER PROVINCIA
PROVINCIA D'IMPERIA
La provincia d'Imperia presenta un tasso d'infiltrazione mafiosa molto alto. Sul territorio provinciale è presente anche il casinò situato a San Remo. Da un punto di vista geografico è la provincia ligure che si presta maggiormente ai transiti illegali visto il fatto che confina con la Costa Azzurra.
Il processo  nato con l'operazione “la svolta” ha visto emettere le prime condanne ex art 416 bis nel mese di ottobre 2014.
La gambizzazione del consigliere comunale di Camporosso denota a prescindere dalla labile motivazione criminale un metodo di esecuzione tipicamente usato nelle terre di mafia.
Imperia

Ad Imperia ci sono diverse circostanze che preoccupano.
In primo luogo l'odore di cosa nostra del gruppo di Fidanzati e del gruppo di Messina Denaro nella droga, negli appalti ed in altri settori quali le aste come si evince dalle recenti inchieste. In secondo luogo l'odore della corruzione emersa in altre inchieste che hanno colpito anche la magistratura.
Nel settembre 2012 presso il porto è stato fermato uno yacht di lusso con sopra 3,5 tonnellate di hashish proveniente dalla rotta Marocco – Spagna. A bordo anche 3 pugliesi.
Anche ad Imperia si susseguono i classici incendi mirati ad avvertire.
Nel mese di maggio 2014 tale provincia è stata interessata dalla grossa operazione della DIA che visto il sequestro in tutta Italia di beni per 50 milioni. Il c.d. Caso legato a Matacena. Nel mese di agosto 2014 è stato arrestato il famoso narcos italo colombiano Mancuso ricercato per numerosi omicidi. Si nascondeva a Castelvecchio.
Ventimiglia Ventimiglia è sede di una locale della 'ndrangheta molto influente e di una camera di controllo della stessa organizzazione criminale. La locale del basso Piemonte dipende gerarchicamente dalla società calabrese ivi presente. Della potenza criminale di tali cosche vi sono tracce anche nelle intercettazioni telefoniche di 'ndranghetisti presenti in Germania. Una parte del territorio di Ventimiglia da un punto di vista sociale ricorda sempre di più i comportamenti visti nei territori delle roccaforti della 'ndrangheta in Calabria. Ventimiglia è anche sede di accordi tra mafie diverse. Esemplificativo rimane in tal senso l'accordo raggiunto a suo tempo tra camorristi ed 'ndranghetisti che, per evitare disturbi ai calabresi al confine, permise ai campani di gestire la contraffazione in modo esclusivo ma solo fino a San Remo. I venditori abusivi scomparvero all'istante. Ventimiglia è sede pure delle riunioni tra i clan marsigliesi ed i clan calabresi. Il rapporto della DNA dedica numeroso spazio a Ventimiglia.
  E' altamente probabile anche la presenza di esponenti di cosa nostra sul territorio.
I campi d'interesse delle cosche sono assai variegati e spaziano dalla droga, alle estorsioni, agli appalti pubblici e privati oltre al gioco legale e non.
A Ventimiglia i CC hanno effettuato numerose operazioni contro la ndrangheta che hanno tra l'altro portato a diversi arresti.
Il rapporto della DNA del 2013 censisce a Ventimiglia per la 'ndrangheta le famiglie di Marcianò e Palamara.
Nel mese di dicembre 2012 i CC hanno messo sotto la loro lente gli interessi della 'ndrangheta relativamente al porticciolo. Controlli al porto sono stati effettuati anche dalla DIA.
Le intercettazioni fatte dai CC, come si evince dalle inchieste e dalle varie relazioni, dimostrano la forte presenza 'ndranghetista sul territorio.
Il 3 dicembre 2012 i CC hanno condotto l'operazione "La svolta" che ha portato a 15 arresti tra Ventimiglia e Bordighera.
Nel mese di ottobre 2012 è stata sgominata un'organizzazione che faceva transitare i clandestini.
Si segnala inoltre il susseguirsi degli incendi.
Risulta anche la presenza degli ecuadoriani in città (2 arresti) ed il transito di corrieri della droga nigeriani e messicani.
Nel febbraio 2014 la polizia ha smantellato un giro di prostituzione minorile femminile.
Bordighera A Bordighera si registra la presenza della 'ndrangheta in maniera molto marcata. Il rapporto dell'associazione “Avviso Pubblico” ha inserito la città delle palme nella lista dei comuni minacciati dalla mafia.
Sono presenti esponenti legati alle cosche calabresi e sono stati effettuati recentemente numerosi arresti. Si registra inoltre una capacità contrattuale con la classe politica molto alta. Dal rapporto DNA del 2013 risultano presenti per la 'ndrangheta alcune famiglie.
Estorsioni, droga, incendi, movimento terra ed appalti i principali campi d'intervento di tali gruppi.

L'operazione dei CC "La svolta" del dicembre 2012 ha riguardato anche Bordighera così come l'operazione di un paio di mesi prima.
San Remo
A San Remo hanno sempre “lavorato” esponenti di spicco di cosche di peso provenienti da Palmi e da Reggio Calabria. Interessi oltre a quelli consueti delle organizzazioni criminali anche il mercato dei fiori. Vi sono presenti anche gruppi camorristi. E' probabile anche la presenza di persone vicino a Messina Denaro, boss di cosa nostra, nonché degli uomini del boss dei casalesi Zagaria.
San Remo è sede anche di un rinomato casinò che può rappresentare una tentazione molto forte per le organizzazioni criminali e nel mese di marzo 2013 è stato controllato preventivamente dalla DIA.
San Remo è, inoltre, in questo momento aggredita da una forte criminalità diffusa.
Nel settembre 2012 sono stati  arrestati 3 ucraini per la detenzione di 8 fucili e di altra refurtiva.
Nel novembre 2013 è stata aperta un'inchiesta su appartenenti alla camorra con interessi al casinò.
Nel novembre 2013 i CC di La Spezia hanno fatto una grossa operazione antidroga smantellando una rete narcos internazionale proveniente da Santo Domingo.
Nel dicembre 2013 la GDF mette i sigilli ad una azienda considerata vicino alla'ndrangheta.
Diano Marina
A Diano Marina operano gruppi 'ndranghetisti calabresi provenienti da Seminara e risultano presenti in base al rapporto DNA del 2013, le famiglie di 'ndrangheta Surace, Papalia e De Marte.

Riva Ligure
A Riva Ligure in passato si è manifestato l'interesse di Cosa Nostra per lo smaltimento di rifiuti.

Vallecrosia

La situazione esistente a Vallecrosia va seguita con la massima attenzione ed il rapporto della DNA del 2013 ha censito per la 'ndrangheta la famiglia Marcianò.
Conclusioni La situazione esistente nella provincia di Imperia è grave ed assolutamente da non sottovalutare. La presenza mafiosa si conferma ai massimi livelli, così come il rischio colonizzazione.
PROVINCIA DI SAVONA
La provincia di Savona appare come tranquilla, ma è una calma solo apparente. Negli anni passati il problema mafia è stato ampiamente sottovalutato.
In provincia vi sono due porti importanti e da un punto di vista logistico vengono utilizzati dalle forme criminali mafiose. In generale la riviera è oggetto di attenzioni malavitose.
Savona I recenti casi di corruzione politica relativi agli appalti ed al connesso “movimento terra” destano grande preoccupazione. E' altamente probabile che ci possa essere una locale anche a Savona in base a quanto scritto nella relazione sulla 'ndrangheta dalla commissione antimafia diretta nel 2008 da Francesco Forgione. La presenza abbastanza frequente di roghi nei cantieri desta preoccupazione.
Nel savonese inoltre non vi risiede solo la 'ndrangheta ma anche gruppi di cosa nostra provenienti da Gela ed operanti anche in Lombardia. Di recente sono stati effettuati numerosi arresti.
Preoccupano anche le recenti inchieste sulla corruzione e sulle eventuali infiltrazioni mafiose negli appalti ed in alcuni casi in particolare di gruppi legati alla camorra.
Nel mese di giugno 2013 la DIA ha sequestrato dei beni per il reato di usura.
Nel luglio 2014 i Ros hanno condotto una operazione su 'ndrangheta ed appalti che ha toccato anche Alassio (Savona) con un arresto.
Numerose inchieste in corso danno per certo che a Savona risiede uno dei riferimenti per la 'ndrangheta nel nord ovest.
Albenga Recentemente la DIA ha posto l'attenzione sul business di rifiuti e sugli appalti ad essi collegati.
La DIA nel marzo 2014 ha sequestrato nelle zone attorno ad Albenga beni per un valore di 4 milioni di euro.
La GDF nel giugno del 2014 ha arrestato un grosso narcotrafficante romano.
Vado Ligure
Al porto di Vado Ligure spesso sono state sequestrate consistenti partite di cocaina.
Il SILP/CGIL ha lanciato recentemente un allarme in proposito in cui si parla di transito di non meno di una tonnellata all'anno.

Conclusioni
La provincia di Savona si trova in una situazione difficile ed assolutamente da non sottovalutare.
PROVINCIA DI GENOVA
La provincia di Genova è una realtà in cui vi sono numerose infiltrazioni criminali mafiose od organizzate in modo simile. E' la provincia in cui si riscontra la maggior varietà di forme criminali.
Recentemente il SILP/CGIL si è così espresso: “Genova ha urgente necessita' di recuperare la propria immagine istituzionale e autorevolezza e ha bisogno di essere ascoltata. Il nuovo ministro conosce l'importante lavoro svolto dalle Forze dell'ordine a fianco alla Magistratura che senza risorse cercano di garantire la prevenzione sul territorio contro i fenomeni di criminalità diffusa e contro lo scetticismo di chi nega la presenza di certe ma silenti infiltrazioni mafiose''.
Nel novembre 2013 il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti è intervenuto molto duramente sulla situazione delle infiltrazioni mafiose in Liguria.
Genova I primi ad arrivare a Genova sono stati i gruppi siciliani. Oggi sono presenti delle decine di cosa nostra riconducibili ai gruppi di Caltanissetta e di Gela. Tali gruppi molto forti hanno contatti anche con i milanesi e nelle indagini vi è traccia del loro interessamento ai lavori per l'expo di Milano. I videopoker ed il gioco, anche e soprattutto legali, sono cosa loro.
Nel capoluogo ligure è ben presente da tempo anche la 'ndrangheta con una locale molto forte diretta da un verduraio in contatto con il capo calabrese tal Oppedisano arrestato nella famosa operazione crimine del luglio 2010.
Il porto di Genova è uno dei preferiti per i traffici criminali di vario tipo. Ultimamente hanno sequestrato ingenti quantità di cocaina ed inoltre si trova spesso in asse con il porto di Gioia Tauro. La camorra utilizza il porto per i suoi contrabbandi.
Mafia capitale secondo un filone genovese seguito dalla DDA mirava a prendere in mano il porto di Genova per arrivare al brokeraggio del traffico di droga. Lo stesso gruppo criminale romano è dentro la questione inerente al riciclaggio del denaro sporco relativa al caso che ha riguardato la Compagnia Fiduciaria Genova.
Nel suo complesso tutti i gruppi italiani sono interessati ai soldi che verranno stanziati per la ricostruzione a causa del maltempo di questi ultimi anni.
I gruppi criminali mafiosi italiani mantengono una superiorità criminale per il momento sugli stranieri anche se non mancano momenti di tensione. Va seguita con particolare attenzione la situazione esistente a Rivarolo dove le aggressioni ad esponenti criminali albanesi destano allarme per le metodologie di attuazione.
A Genova destano preoccupazione le numerose bande o gang straniere o miste che in qualche modo provano a dividersi il territorio. I centro-sudamericani a Sampierdarena destano particolare preoccupazione come si evince dalla relazione AISI. Esistono inoltre gruppi di nigeriani, ex urss, senegalesi e nordafricani dediti a diverse attività criminali.
I rumeni risultano presenti soprattutto nella prostituzione ed infatti iniziano ad esserci delle tensioni con gli albanesi che hanno uno spettro criminale ampio.
La situazione nel suo complesso è abbastanza esplosiva data anche la presenza diffusa di criminalità di strada. La notte di capodanno è capitato spesso il tiro a segno intimidatorio nei confronti dei negozi.
Nel gennaio 2014 i ROS hanno smantellato una rete internazionale narcos con numerosi arresti. Sono emersi contatti tra la camorra, il sudamerica e l'est Europa.
Nel febbraio 2014 la DIA ha sequestrato un villaggio turistico sulla collina di Cogoleto (GE) ( denominato Villa Beuca, con oltre venti ville a ridosso della costa ligure) anche: 18 cavalli da corsa tra i quali figurano alcuni discendenti del notissimo purosangue “Varenne”; numerose autovetture ed uno yacht di 23 metri ormeggiato a Porto Santo Stefano; svariate decine di rapporti bancari.
Nel marzo del 2014 l'operazione della Polizia ha smantellato la banda giovanile dei "Los Toros". Banda con esponenti di varie nazionalità.
Nel maggio 2014 la GDF ha portato a termine l'operazione “buena hora” contro il narcotraffico. Coinvolta anche la 'ndrangheta.
Nello stesso mese la polizia ha smantellato un traffico di droga interno alla città eseguendo numerosi arresti.
Nel mese di novembre 2014 sono stati arrestati i fratelli Mamone in relazione ad un giro di appalti per la ricostruzione, per i rifiuti in collegamento con delle escort.
Nel mese  di dicembre 2014 un narcos genovese è stato arrestato a Capo Verde dalla Polizia.
Nel mese di gennaio 2015 la DIA ha disposto un sequestro di beni nei confronti di un soggetto calabrese per usura ed estorsione.
Tigullio A Lavagna esiste una notevole infiltrazione della 'ndrangheta tanto che è sede di locale.
Spesso tale comune viene scelto per le riunioni interne alle cosche tanto utili per rinsaldare i rapporti interni.
Recentemente sono state sequestrate delle slot della 'ndrangheta.
A Rapallo è stato arrestato nel luglio 2013 un esponente di cosa nostra della zona di Barcellona Pozzo Di Gotto.
E' presente in tale parte di Liguria cosa nostra palermitana che nel recente passato ha manifestato interesse per lo smaltimento dei rifiuti.

Conclusioni La provincia di Genova è anch'essa a rischio mafia. La situazione relativa alle varie forme di criminalità è assolutamente da non sottovalutare.

PROVINCIA DI LA SPEZIA
La Spezia è una provincia considerata erroneamente un'isola felice. Da un punto di vista geografico si presta a traffici criminali ed a investimenti di soldi sporchi. La provincia di La Spezia confina con la provincia di Massa Carrara ed il rapporto della DNA del 2008 era già chiaro in proposito: "Significativi e ormai radicati insediamenti mafiosi si registrano infatti, oltre che nel Capoluogo regionale, soprattutto nel Ponente Ligure, ove si riscontra una presenza più numerosa di esponenti delle cosche della Piana di Gioia Tauro e delle cosche della città di Reggio Calabria, mentre nella Riviera di Levante e nella zona di Carrara (ove a rischio di infiltrazione appare anche il settore lapideo) il dato prevalente è rappresentato da presenze originarie della zona jonica calabrese e dal catanzarese."
La Spezia
Il porto di La Spezia interessa alle organizzazioni criminali mafiose tanto che non è raro assistere a sequestri ingenti di partite di cocaina, a volte addirittura superiore alla tonnellata. Si presume che tale porto per i traffici criminali sia in linea con quello di Gioia Tauro. Di recente degna di attenzione è stata l'operazione internazionale "pollicino" transitata anche da La Spezia. Inoltre nel mese di maggio 2013 si è scoperto che nel 2007 l'arsenale interessava alla camorra.
Nel mese di ottobre 2012 nel porto è stata sequestrata mezza tonnellata di hashish trasportata in uno yacht.
Nel novembre 2012 la DIA ha sequestrato beni ai casalesi nell'ambito del fotovoltaico.
Nell'aprile 2013 la DIA ha scoperto l'interesse di cosa nostra palermitana nei cantieri navali.
Nell'aprile 2013 la GDF ha eseguito degli arresti per corruzione. Si registra una particolare attenzione per le slot machines.
Si segnala anche la frode relativa alla costruzione del carcere.
Nel rapporto DNA del 2013 a La Spezia viene censito l'interesse nel fotovoltaico di gruppi riconducibili ai casalesi e di cosa nostra nel settore della cantieristica navale.
Nell'ottobre 2013 una grossa inchiesta internazionale ha dimostrato che La Spezia era uno dei posti usato dai narcos abruzzesi riconducibile al gruppo della famiglia Gargivolo.
Nel febbraio 2014 la GDF ha seuestrato una cisterna abusiva di carburante.
Nel marzo 2014 La Spezia e Genova sono state lambite da un traffico internazionale di stupefacenti che ha coinvolto i territori di Italia, Albania, Olanda e Norvegia.
Nell'aprile 2014 la polizia di dogana insieme alla polizia forestale hanno interrotto un traffico di rifiuti verso il Marocco.
Nell'aprile 2014 la polizia ha smantellato una banda di ladri italo-albanese.
La polizia stradale sempre ad aprile ha smantellato tra La Spezia e Massa Carrara una banda specializzata nell'attaccare gli autotrasportatori.
Nell'aprile 2014 i CC hanno smantellato un'organizzazione cinese dedita alle case chiuse in tutta la regione.
Sempre in aprile è stata aperta un'inchiesta su una truffa finanziaria che ha riguardato anche Lugano in Svizzera.
Nel dicembre 2014 i CC del NOE hanno arrestato 4 persone per traffico di rifiuti.
Nel dicembre 2014 la DIA ha sequestrato beni per 2 milioni a soggetti operanti nei trasporti attigui alla 'ndrangheta nella c.d. operazione "grecale ligure". Colpita anche la confinante provincia di Massa Carrara.
Nel febbraio 2015 è emerso che alcune ditte che stanno eseguendo i lavori all'ospedale sono sotto inchiesta a Bologna, Torino e Genova. Caso da seguire.

Sarzana A Sarzana vi è una locale di peso della 'ndrangheta. Indagini dei ROS hanno appurato tale presenza. Dal rapporto della DNA emerge che: "Sarzana è considerata storicamente un caposaldo dell’insediamento della mafia calabrese, che ne avrebbe sfruttato la posizione logistica e la vicinanza, non secondaria, con il porto del capoluogo di provincia della Spezia".
La locale partecipa anche alle riunioni con i nuovi clan marsigliesi. Si registra un'attitudine alla gestione degli appalti ed al condizionamento della politica. La locale della 'ndrangheta riveste probabilmente un ruolo anche in Toscana nella provincia di Massa Carrara.
Nel giugno 2012 la polizia ha arrestato 5 persone per estorsione legate a gruppi della camorra e della 'ndrangheta.
Cinque Terre
I locali sulla costa sono delle appetibili prede per i vari clan. Parte del settore turistico alberghiero si presta inoltre agli investimenti criminali per la ripulitura del denaro sporco.
E' necessario inoltre vigilare sulla ricostruzione a seguito delle alluvioni che hanno causato ingenti danni.
Conclusioni La provincia di La Spezia va monitorata con grande attenzione. Il rischio è molto alto per la ricchezza presente sulla costa.


CONCLUSIONI Indubbiamente scrivere il rapporto sulle organizzazioni mafiose e sulla criminalità organizzata in Liguria non è stato facile. La mole di informazioni era così elevata che la strada scelta è stata quella di fare una sorta di schema riassuntivo di pura analisi invece che un elenco delle operazioni svolte. Dall'analisi emerge purtroppo un quadro poco confortante e rappresenta l'esempio di come una bellissima regione del nord dell'Italia possa rischiare di finire colonizzata dalla mafia.
In particolare occorre controllare i lavori relativi alla ricostruzione post alluvioni.


I parametri scelti per la stesura del rapporto e per gli indici finali sono:

analisi rapporto DNA
analisi rapporto DIA
analisi rapporto AISI
analisi documenti non secretati commissione parlamentare antimafia
esame delle notizie pubblicate dai giornali e dai siti web
studio operazioni ROS, GICO, DIA, GDF, PDS, CC
colloqui a margine dei vertici internazionali e nazionali antimafia organizzati dalla Fondazione Caponnetto
Gli elementi di allarme sono numerosi in quanto a differenza di altre regioni del centro nord in Liguria stanno iniziando ad emergere le contiguità tra la corruzione, la politica e la mafia. Il fatturato stimato è di circa 10-11 miliardi di euro ed è proporzionato alle stime nazionali oscillanti tra i 140-150 miliardi di euro che salgono a 200 con le mafie straniere ed a 2000 nei 28 paesi del parlamento europeo.
E' necessario reagire a questa situazione affrontando il problema come cittadini, come classe politica e come magistratura evitando i gravi errori di sottovalutazione degli anni scorsi.
Per evitare ciò e non scoprire in ritardo di essere circondati dai mafiosi, occorre farsi 5 domande: chi è? Cosa fa? Da dove prende i soldi? Da dove viene? Di chi si circonda? In questo modo si riducono i rischi di infiltrazione mafiosa.
Tale studio e' dedicato all'amico Pier Luigi Vigna da cui abbiamo tanto da imparare.





INDICI
PRESENZA ECONOMICA MAFIOSA RISCHIO COLONIZZAZIONE

PROVINCE

IMPERIA ALTA ALTO
SAVONA MEDIA/ALTA    MEDIO ALTO
GENOVA ALTA   MEDIO ALTO
LA SPEZIA ALTA ALTO

I suddetti valori sono indicativi e soggetti a variazione rapida. Il rischio colonizzazione non significa che la zona sia ancora stata colonizzata ma rappresenta una prospettiva.

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